Kowka War Zone. A wood shelter.

DSCN3040 - Copia - Copia

Ci ritrovammo in un campo vermiglio, e di li, poco più avanti a noi, e a mano mancina, c’era un piccolo fortino in legno vissuto e sghembo, quasi fosse una timida rimessa per anime.
A ben vedere lo era, un piccolo bastione di anime disperse o ferite,
incuneato fra la luce e la tenebra ingentilito da filari di rose selvatiche e tappeti di violette, un rifugio per sogni timidi in volo radente, o fantasmi della tramontana.
Ripescammo i nostri ricordi più belli mentre gli zaini scivolavano giù senza resistenza dalle spalle arcuate, anche se tu non avevi spalle arcuate o zaino,
mentre ci accucciavamo sull’erba allentando le stringhe degli scarponi,
benché tu non indossassi scarponi, ritrovammo un poco di pace,
sebbene io l’avessi persa da tanto tempo, o da sempre, o da quando sogno da solo sul campo vermiglio, accanto al ligneo fortino d’anime intarsiato fra trincee scivolate di lunghi o perenni sonni, fra l’erba e margherite, sogni fracassati e impennate d’impossibile coraggio e monumentali dignità, salve di pensieri
oltre le cataratte del mondo, carne ossa e nervi riarse alla vita,
tutto e niente, qui, non c’è sipario che tenga se non il vissuto.


We found ourselves in a vermilion field, and from there, just ahead of us, and left-handed, there was a small wooden fort lived and crooked, as if it were a timid garage for souls.
On closer inspection it was, a small bastion of lost or wounded souls,
wedged between light and darkness softened by rows of wild roses and carpets of violets, a refuge for shy dreams in low flight, or ghosts of the north wind.
We scoured our best memories as backpacks slid down without resistance
from arched shoulders, even if you had no arched shoulders or backpack,
while we crouched on the grass loosening the strings of our boots,
although you were not wearing boots, we found a little peace,
although I had lost it for a long time, or always, or since I dream alone on the vermilion field, next to the wooden fort of inlaid souls between trenches slid of long or perennial dreams, among the grass and daisies, smashed dreams and surges of impossible courage and monumental dignity, salvation of thoughts beyond the cataracts of the world, flesh bones and nerves parched to life,
everything and nothing, here, there is no curtain that holds if not lived.


Ladycat War Zone. Well layered in transparency.

You see it well layered in transparency, the pain.
Cold-forged on leather and bones decorated on the soul
for what little you can see
as if she were demure fragile mottled bare skin.
Well, you will never see me in the mirror looking at my wounds.
I put them in words thrown into the wind, nothing more.

After all this the view evaporated
sticking like crashed darts in an unreal landscape
of hatched lips deformed in retention
primitive spasmodic litanies.
Metamorphic metamorphosis, who was spotted in the sour soil?
Hailed glances over the Hill at dusk,
in silence we hold our breaths and try to keep our eyes open
within the confines of an ontological sphere of opals,
intrusive possibilities over time,
rows of happy memories piled up in pastel shades.


Lo vedi bene stratificato in trasparenza, il dolore.
Forgiato a freddo su pelle e ossa istoriato sull’anima
per quel poco che lasci intravedere
come se fosse pudica fragile screziata pelle nuda.
Orbene, non mi vedrai mai allo specchio a guardarmi le ferite.
Le inscrivo in parole gettate al vento, niente di più.

Dopo tutto questo la vista evaporò sublimò s’arenò,
conficcandosi come dardi schiantati in un paesaggio irreale
di labbra schiuse deformate in trattenute
primigenee litanie spasmodiche.
Metamorfosi metamorfiche, chi é scistato nell’agro speglio?
Grandinata di sguardi sopra la Collina all’imbrunire,
nel silenzio tratteniamo i respiri e cerchiamo di tenere gli occhi aperti
entro i confini d’una ontologica sfera di opaline possibilità intrusive
smottate nel tempo,
filari di ricordi felici affastellati in viraggi color pastello.

Kowka War Zone. Oh, s*it, Kowka said.

That day you wake up like all the others, but a little more slowly, the breath of the world and the senses are sanded, the Sun is veiled by a snowfall of cosmic snow, impalpable snow or impossible dreams, at this point you don’t know well.
Gyroscope and compass , maps and references gone, there is something that is changing, you feel that you have to go beyond the forest but there is him, ah, yes he, who watches you, protects you, you have to take the wrong path.
If I could no longer look back, if I should forget it, if …
If ever there was a need for him to pull you out of the jungle and carry you home in his arms through the door, we never used the door together.
If while passing the threshold he growls s*it, sister.
Then it is not a normal day.

It is the longest day and night,
without being either day or night.


Quel giorno ti svegli come tutti gli altri, ma poco più lentamente, il respiro del mondo e i sensi sono sabbiati, il Sole é velato da una nevicata di raggi cosmici neve impalpabile o sogni impossibili, a questo punto non lo sai bene.
Giroscopio e bussola, mappe e riferimenti andati, c’è qualcosa che sta cambiando, senti che devi andare oltre la foresta ma c’é lui, ah, sì lui, che ti sorveglia, ti protegge, dovessi imboccare il sentiero sbagliato.
Se non dovessi più riuscire a guardare indietro, se dovessi scordarlo, se…
Se mai ci fosse bisogno che lui ti tiri fuori dalla giungla e ti porti a casa in braccio attraverso la porta, noi che la porta non l’abbiamo mai usata assieme.
Se mentre oltrepassa la soglia ringhia m***a, sorella.
Allora non é un giorno normale.

É il giorno e la notte più lunga,
senza essere né giorno né notte.


Ladycat War Zone. A sud del paradiso / At south of heaven.


A sud del paradiso, c’è una porta sempre aperta,
là dove gli primi bagliori dell’aurora illuminano il nostro ultimo giorno.
Sul crinale dell’esistenza beviamo la luce, inconsapevoli,
mentre sostiamo sulla polla d’acqua che ci abbevera,
non la riconosciamo più come tale, non riusciamo più a bere,
la nostra casa ci è straniera, e vaghiamo senza sosta per
ritrovare il verde pascolo e rifugio, ma ora dobbiamo andare,
abbiamo molta strada da percorrere, ora discendiamo il crinale,
salutiamo i nostri vecchi amici e sfumiamo via nella pioggia.
Lasciando un cielo vuoto di stelle.

At south of heaven, there is an ever open door,
where the first glow of dawn light on our last day.
The existence ridge drink the light, unaware,
while we stop drinking from the pool of water that we,
we do not recognize it as such, we can no longer drink,
our house there is a foreigner, and wander tirelessly to
rediscover the green pasture and shelter, but now we have to go,
we have a long way to go, now descended the ridge,
We greet our old friends and we dissolve in the rain.
Leaving a sky empty of stars.



Ladycat War Zone. Reverse shadows.

Reverse shadows near Zulu point,
framed in an inner war zone,
I don’t want to be what I’ve been
or whoever they thought I was.
Because gray is the color of empathy.
To see the impossible nuances in the middle
of the clearing of the penumbrally
from purple flares and fatuous fires, countermeasures and false targets.
Along the inverse Gaussian of existence,
the fingers fracture in the narrow moraine crevasses,
the knees ossify in the watched suspensions
in the gloom under the Milky Way and the stern
but compassionate gaze of the great North,
Hesperides in the sky dart foreshadowing the unborned dust; the mud,
don’t worry about silence or wounds or screams or dreams.

Asphalt or path split like a metamorphic schist from the absence
and emptiness of a majestic primordial glacier that disappeared suddenly,
soaked by the native smell of the ridge of the Hill.

Ombre inverse vicino a Zulu point, ingabbiate in una zona di guerra interiore,
non voglio essere quello che sono stato o chi pensavano io fossi.
Perché il grigio é il colore dell’empatia.
Per vedere le sfumature impossibili in mezzo alla radura chiasmata penombralmente
da bengala viola e fuochi fatui, contromisure e falsi bersagli.
Lungo la gaussiana inversa dell’esistenza le dita si fratturano
nei stretti crepacci morenici, le ginocchia si ossificano nelle sospensioni vegliate
nella penombra sotto la Via Lattea e lo sguardo severo
ma compassionevole del grande Nord, esperidi nel cielo dardeggiano
annunciando l’aurora non nata,
nessun dorma vicino alla frammentata ragazza arcobaleno,
innesta i sensi da combattimento, scivola nel tempo plastico immobile

come un uomo un soldato nel fango, non preoccuparti del silenzio o delle parole o delle urla o dei sogni.

Asfalto o sentiero spaccato come una scisti metamorfica dall’assenza e dal vuoto
d’un maestoso ghiacciaio primordiale scomparso all’improvviso,
intriso dall’odore nativo del crinale della Collina.