Ladycat War Zone. A sud del paradiso / At south of heaven.

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A sud del paradiso, c’è una porta sempre aperta,
là dove gli primi bagliori dell’aurora illuminano il nostro ultimo giorno.
Sul crinale dell’esistenza beviamo la luce, inconsapevoli,
mentre sostiamo sulla polla d’acqua che ci abbevera,
non la riconosciamo più come tale, non riusciamo più a bere,
la nostra casa ci è straniera, e vaghiamo senza sosta per
ritrovare il verde pascolo e rifugio, ma ora dobbiamo andare,
abbiamo molta strada da percorrere, ora discendiamo il crinale,
salutiamo i nostri vecchi amici e sfumiamo via nella pioggia.
Lasciando un cielo vuoto di stelle.

At south of heaven, there is an ever open door,
where the first glow of dawn light on our last day.
The existence ridge drink the light, unaware,
while we stop drinking from the pool of water that we,
we do not recognize it as such, we can no longer drink,
our house there is a foreigner, and wander tirelessly to
rediscover the green pasture and shelter, but now we have to go,
we have a long way to go, now descended the ridge,
We greet our old friends and we dissolve in the rain.
Leaving a sky empty of stars.

 

 

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Ladycat War Zone. Reverse shadows.

Reverse shadows near Zulu point,
framed in an inner war zone,
I don’t want to be what I’ve been
or whoever they thought I was.
Because gray is the color of empathy.
To see the impossible nuances in the middle
of the clearing of the penumbrally
from purple flares and fatuous fires, countermeasures and false targets.
Along the inverse Gaussian of existence,
the fingers fracture in the narrow moraine crevasses,
the knees ossify in the watched suspensions
in the gloom under the Milky Way and the stern
but compassionate gaze of the great North,
Hesperides in the sky dart foreshadowing the unborned dust; the mud,
don’t worry about silence or wounds or screams or dreams.

Asphalt or path split like a metamorphic schist from the absence
and emptiness of a majestic primordial glacier that disappeared suddenly,
soaked by the native smell of the ridge of the Hill.

 
Ombre inverse vicino a Zulu point, ingabbiate in una zona di guerra interiore,
non voglio essere quello che sono stato o chi pensavano io fossi.
Perché il grigio é il colore dell’empatia.
Per vedere le sfumature impossibili in mezzo alla radura chiasmata penombralmente
da bengala viola e fuochi fatui, contromisure e falsi bersagli.
Lungo la gaussiana inversa dell’esistenza le dita si fratturano
nei stretti crepacci morenici, le ginocchia si ossificano nelle sospensioni vegliate
nella penombra sotto la Via Lattea e lo sguardo severo
ma compassionevole del grande Nord, esperidi nel cielo dardeggiano
annunciando l’aurora non nata,
nessun dorma vicino alla frammentata ragazza arcobaleno,
innesta i sensi da combattimento, scivola nel tempo plastico immobile

come un uomo un soldato nel fango, non preoccuparti del silenzio o delle parole o delle urla o dei sogni.

Asfalto o sentiero spaccato come una scisti metamorfica dall’assenza e dal vuoto
d’un maestoso ghiacciaio primordiale scomparso all’improvviso,
intriso dall’odore nativo del crinale della Collina.

 

 

Kowka War Zone. Silenzi.

You know, we could still stay here a little, if we wanted,
if it weren’t for that damn bubble that he takes wildly
to shoulder our world, that mercenary called time.
The one with a combat knife stretched between a row of teeth,
turn to a relentless steel gray.
We are always in a feral close combat with him,
a fight to the death and breath,
even if in the end only and always he wins,
at least we have the dignity of combat.
We can scream as much as we can in dreams,
we could even kick him,
but we do not do it, we remain disintegrated in its wake,
we are looking for impossible escape routes.

Silence.

 

Sai, potremmo restare ancora qui insieme un poco, volendo,
se non fosse per quella dannata bolla che prende selvaggiamente a spallate il nostro mondo, quel mercenario chiamato tempo.
Quello con un coltello da combattimento teso fra un filare di denti,
virati in un grigio acciaio implacabile.
Siamo sempre in corpo a corpo ferale con lui,
una lotta all’ultimo sangue e respiro, anche se alla fine vince sempre e solo lui, almeno abbiamo la dignità del combattimento.
Possiamo urlare quanto ci pare nei sogni, potremmo anche prenderlo a calci,
ma non lo facciamo, rimaniamo disintegrati sulla sua scia,
cerchiamo impossibili vie di fuga.

Silenzi.

Ladycat War Zone. No landing zone.

g1 - Copia

Blind sector and
fuzzy time, Lady,
overscale evoked potential
along the tsunami shockwaves
fringed absorption lines
near plasma point
sculptured out the
possibility to syntax decoding
crumpled and shaded in a dream
the freezed hand
against …
what?

 

 

Ladycat War Zone. @3.75 Kelvin.

Fa fresco su questo versante dell’universo, siamo a 3.75 kelvin.

I movimenti sono rallentati, la presa é incerta e dolorosa a volte, la luce vira verso il crinale dell’infrarosso vicino, camminiamo tenendoci d’occhio, spalla a spalla.
Ogni tanto perdiamo il sincrono con la freccia del tempo e una parte della coscienza senza preavviso viene dislocata scagliata lontano distante e la percezione é secata.

Ancora più stranieri se possibile, aria rarefatta, i volti oscillano, i nostri lineamenti per loro, gli altri sono ben definiti. Camuffiamo bene la caduta verso la gravità, o forse agli altri siamo sempre sembrati troppo leggeri per essere presi in reale considerazione. O forse sì, era solo per la loro bassa soglia di consapevolezza.

Vediamo l’incertezza quasi un blando vago timore in quei goffi tentativi di primo contatto.

 

It’s cool on this side of the universe, we’re at 3.75 kelvin.

The movements are slowed down, the grip is uncertain and sometimes painful, the light turns towards the near infrared ridge, we walk keeping an eye on each other, shoulder to shoulder.
Every now and then we lose synchronous with the arrow of time and a part of consciousness without warning is displaced far away and the perception is withdrawn.

Even more foreign if possible, rarefied air, faces swing, our features for them, the others are well defined. We disguise the fall towards gravity well, or perhaps others have always seemed too light to be taken into real consideration.
Or maybe yes, it was only because of their low awareness threshold.

We see uncertainty as a mildly vague fear in those awkward first contact attempts.