139ers War Zone. Cookie Lady forged a full nightmare jacket (IV)

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Essentially a precipitate of crazy intentions of a bizarre periodic system,
armored on a millimetric substrate of bland mimetic intelligence,
or of naive hope, we carried a wooden burning torch of our desperate need to understand something of this world, at least that little to overcome the threshold of a span, even though we already knew that it would be a forgotten rediscovery,
one of the many paths traveled at the same time at different times,
because we have already done it, perhaps in different ways, but already done.
Precipitation of naive knowledge, perhaps without the possibility of friction, once again.

(
They chipped away the words roughly without caring too much,
in great mass and speed, in acceleration as if they had a demon in the ribs,
they used them as a saturation fire to fill a white frame
or cover for a moment of reflection.
)

We are in a glowing halo
and
we don’t see any stars today,
along proximity lines
avoiding shelters
we have sprinkled our words
with
a fourth part
of our (inner)
pound of flesh.

 

Essenzialmente un precipitato d’intenzioni folli di un bizzarro sistema periodico,
blindato su un millimetrico substrato di blanda intelligenza mimetica,
o di ingenua speranza, portavamo una lignea fiaccola ardente del nostro disperato bisogno di capire qualcosa di questo mondo, almeno quel poco per superarne la soglia d’una spanna, anche se in fondo già sapevamo che sarebbe stata una riscoperta dimenticata, uno dei tanti sentieri percorsi allo stesso tempo in tempi diversi, perché già l’abbiamo fatto, magari in modi diversi, ma già fatto.
Precipitato di ingenuo sapere, forse senza possibilità d’attrito, ancora una volta.

(
Scalpellavano via le parole con rozzezza senza curarsene troppo,
in gran massa e velocità, in accelerazione come se avessero un demone alle costole,
le usavano come un fuoco di saturazione per riempire una cornice bianca
o di copertura per un momento di riflessione.
)

Siamo in un alone luminoso
e
non vediamo stelle oggi,
lungo le linee di prossimità
evitando rifugi
abbiamo cosparso le nostre parole
con
una quarta parte
della nostra (interiore)
libbra di carne.

 

 

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Kowka War Zone. No painkillers.

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Ricordi quando eravamo con le spalle
appoggiate alla massicciata
e i denti battevano così forte
che non sembravano neanche i nostri
ed erano prive le nostre anime d’emozioni
se non quelle più bianche e secanti inchiodanti,
per questo ci guardavamo a vicenda
l’uno navigatore dell’altro
nel buio e nel silenzio assordante
cataratte sovraesposte di un cielo terribile
dentro di noi,
temendo il fatto che la sghemba risultanza
di quella precaria condizione
fosse assonante su altre sponde sconosciute,
non tutte ma molte,
ma senza alcuna rifrangenza interiore.

Ranghi serrati sotto la tramontana settembrina
sottovento riparati sotto il muretto a secco
blandamente atteporato dal Sole.
Sì scorteccia via al vento la supposta umanità
svelando rugginosi scheletri metallici
ma i nostri sono dolentemente di semplice terra smossa
riparanti fragili ricordi.

Do you remember when we were with our backs
lean against the ballast
and the teeth were beating so hard
that didn’t even look like ours
and we were deprived of our souls of emotions
if not those whitest and secant nailing,
that’s why we looked at each other
the one navigator of the other
in the dark and deafening silence
overexposed cataracts of a terrible sky
inside us,
fearing that the crooked results
of that precarious condition
was assonant on other unknown shores,
not all but many,
but without any interior refraction.

Locked ranks under the north wind of September
downwind sheltered under the dry-stone wall
blandly attuned by the Sun.
Yes he barks the supposed humanity away to the wind
revealing rusty metal skeletons
but ours are sorely of simple loose earth
repairing fragile memories.

 

 

 

 

Kowka War Zone. We stayed.

1

 

Restavano,
restavamo,
con gli occhi fissi e gli sguardi timorosi a quel piccolo opercolo di luce proibita,
quel pertugio proibito scavato chissà da chi con un rudimentale moncone di un cucchiaio da campo eroso dai licheni e mangiato dalla ruggine, d’un modesto stagno,
chissà quanto tempo fa, quel piccolo spioncino verso l’impossibile visione sul campo di battaglia, grande come una moneta da cinque lire, od un pollice se preferite.
Nessuno s’adombrava la mente, non più con pensieri del tipo diamo un’occhiata,
se non i pazzi o i suicidi, al di là, un cecchino o una Medusa, una divinità capricciosa o annoiata, crudeltà o sfortuna, bastava accostare l’occhio per trovare il sonno eterno, c’era sempre un proietto pronto e beffardo, i corpi cadevano prima del suono sibilante del piombo supersonico, tonfo viscerale e shock idrostatico erano un tutt’uno.
Orrorifico stato di fatto, rumore odiato e cancellato, spinto sul limitare della percezione.
Valeva per tutti, ma non per lui, l’odiato quanto stolido e guerrafondaio, stupido e borioso ufficiale.
Sì, il Kurtz di coloro che odiano la guerra ma ne sono costretti, in nome di una nazione.
O di un folle.
Il Kurtz partorito entro una ventre gravido freddo d’un bombardiere, una sagoma atavica e distruttiva, quella che sfilò su Dresda, su Montecassino, Milano, Roma, Bologna, Nagasaki, Hiroshima.
Ovunque.
Sempre lo stesso dannato bombardiere.
Lui, Kurtz, appoggiava l’occhio alla feritoia e ne gioiva, gongolava di fronte a ciò che vedeva nei suoi deliri alcolici e di gloria. Senza che un proiettile gli portasse via mezzo volto o peggio.
Lui vedeva alla chiara o terribile luce del Sole ciò che noi vedevamo oscuramente o confusamente di notte.
O meglio intravedevamo sotto un’allucinante e distorta luce violacea piovuta giù rancida dai bengala in sospensione, fra spasmi della paura mentre ci slanciavamo oltre il parapetto della trincea.
Alla cieca.
E tutti quelli a terra, i nostri e i loro.
Eravamo tutti uguali, non esistevano noi e loro.
Era meglio restare ciechi.
E restavamo,
restavano, con gli occhi fissi e gli sguardi timorosi a quel piccolo opercolo di luce proibita,
quel pertugio proibito scavato chissà da chi con un rudimentale moncone di un cucchiaio.
Ogni uomo, in ogni forma e tipo di guerra e di battaglia,
ritorna ad essere bambino,
e si chiede perchè, e sa che non può avere risposta, e allora si frappone con tutte le forze alla guerra, si
frappone fra questa ed il bambino che era, fra quella e tutti i piccoli del mondo.
E poi resta con poche parole, poca luce, poche emozioni, poco di tutto.
Ma tante altre cose di cui non potrà ne riuscirà a parlarne.
Se ritorna.

 
That left,
we stayed,
with fixed eyes and fearful looks at that small operculum of forbidden light,
that forbidden hole carved out by somebody with a rudimentary stump of a spoon
from a field eroded by lichens and eaten by rust, of a modest pond, who knows how long ago that little peephole towards the impossible vision on the battlefield,
as big as a five lire coin, or an inch if you prefer.
No one shadowed the mind, not with thoughts like that let’s take a look,
if not mad or suicidal, beyond, a sniper or a Medusa, a capricious or bored deity, cruelty or misfortune, it was enough to draw the eye to find eternal sleep, there was always a ready and mocking projectile, bodies fell before the hissing sound of supersonic lead, visceral thud and hydrostatic shock were all one.
Huge state of affairs, noise hated and canceled, pushed to the limit of perception.
It was true for everyone, but not for him, the hated as well as stolid and warlike, stupid and arrogant official.
Yes, the Kurtz of those who hate war but are forced into it, in the name of a nation.
Or a fool.
The Kurtz gave birth within a cold pregnant womb of a bomber, an atavistic and destructive silhouette, the one that paraded on Dresden, on Montecassino, Milan, Rome, Bologna, Nagasaki, Hiroshima.
Everywhere.
Always the same damn bomber.
He, Kurtz, leaned his eye on the loophole and rejoiced, gloating in front of what he saw in his alcoholic delusions and glory. Without a bullet carrying away half a face or worse.
He saw in the clear or terrible light of the Sun what we saw darkly or confusedly at night.
Or rather we glimpsed under a hallucinatory and distorted violet light rained down rancidly by the suspended flares, between spasms of fear as we rushed past the parapet of the trench.
Blindly.
And all those on the ground, ours and theirs.
We were all the same, us and them didn’t exist.
It was better to remain blind.
And we stayed,
they remained, with their eyes fixed and their eyes fearful, at that little operculum of forbidden light,
that forbidden hole carved out by somebody with a rudimentary stump of a spoon.
Every man, in every form and type of war and battle,
back to being a child,
and he wonders why, and he knows that he cannot have an answer, and then he stands in the war with all
his strength, he stands between her and the child she was, between that and all the little ones in the world.
And then it remains with few words, little light, few emotions, little of everything.
But so many other things he won’t be able to talk about it.
If he comes back.

Kowka War Zone. Don’t bring me back home in a black plastic bag or in a dirty cardboard box.

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Don’t bring me back home
in a black plastic bag
or in a dirty cardboard box.
I don’t lived my life for this
take me under the blind purple fringing
near the Zulu point.
Don’t ask me a sorry,
this is a life,
sometimes it’s dirty and ugly,
and a little bit of a shared
mute love
in a desperate state of joyful existence
between battles
and downfalls
near a rainbow ladycat.

 

Non riportarmi a casa
in un sacchetto di plastica nero
o in una scatola di cartone sporca.
Non ho vissuto la mia vita per questo
portami sotto le cieche frange viola
vicino al punto Zulu.
Non chiedermi scusa,
questa è la vita
a volte è sporca e brutta,
e un pò di condiviso
amore muto
in uno stato disperato di esistenza gioiosa
tra battaglie
e cadute
vicino ad una gatta arcobaleno.

Kowka War Zone. Birth, like a “halo” jump.

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Do you remember the day we were born,
that little time-space cracking filled with darkness
darker than the darkness itself?
The dismay of when they threw us
in the halo more unpredictable than our existence
it lasted a few moments, the time needed for our newborn retinas to open
and learned to cut the right carrier of probability and sensitivity,
we glimpsed our new crepuscularly carved shapes
now in the celestial vault
now in the downstream of the magnetostera
now, with fear, towards our house chiselled in brown, blue and green,
so fragile and terrible,
now silhouetted against the moon,
before the cosmic rays invested us and the dreams began,
the Captain rushed to break the ozone layer,
we heard inside the furious roar of the “Cookie Lady” tube and
we saw the karmic tracers touch without touching
his forehead already marked and tawny, we heard the percussion in our newborn
and unformed bones quivering and almost shattering when in our fall to insane speed towards life
and the dull striking of the anti-aircraft of mankind when he engaged a furious body to body with us,
stolid and insensitive, very powerful,
that broke the threads of memory, temporarily.
We parted for a moment,
fragmented up there and down here,
before returning all together
to fall again.
To be reborn.
Once again,
launch at very high altitude,
opening at the last moment,
like being born.

 

Ricordi il giorno che nascemmo,
quella piccola fessurazione nello spazio tempo riempita con un oscurità
più buia del buio stesso?
Lo sgomento di quando ci scaraventarono
nel lancio halo più imprevedibile della nostra esistenza
durò pochi attimi, il tempo necessario che le nostre neonate retine s’aprissero
e imparassero a tagliare la giusta portante di probabilità e sensibilità,
intravedemmo le nostre nuove sagome crepuscolarmente intagliate
ora nella volta celeste
ora nel downstream della magnetostera
ora, con timore, verso la nostra casa cesellata nel marrone, blu e verde,
così fragile e terribile,
ora stagliate contro la luna,
prima che i raggi cosmici c’investissero e i che i sogni cominciassero,
il Capitano si lanciò a rompicollo fendendo lo strato dell’ozono,
infrasentimmo il ruggito furioso del cannoncino della “Cookie Lady”
e intravedemmo i traccianti karmici tangere senza toccare
la sua fronte già segnata e fulva,
sentimmo le percussioni nelle nostre neonate e non formate ossa fremere
e quasi frantumarsi quando nella nostra caduta a folle velocità verso la vita
e il percuotere sordo della contraerea dell’umanintà quando
ingaggiò un furioso corpo a corpo con noi,
stolido e insensibile, potentissimo,
che ruppe i fili della memoria, temporaneamente.
Ci separammo per un attimo,
frammentati lassù e quaggiù,
prima di tornare tutti assieme
a cadere ancora.
Per rinascere.
Ancora una volta,
lancio ad altissima quota,
apertura all’ultimo momento,
come il nascere.