Kowka War Zone. Crisalidi.

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Nei nostri territori più inaccessibili agli altri
solo un nocchiere piegato dal dolore
può scivolare senza perdersi in quei lidi lividi ed oscuri.
Rammenti come era vero quel sordo dolore stampato
nelle retine e nelle ossa, nei proteiformi ventricoli?

Crisalidi.

Quando ti disimpegnasti dall’umanità risalendo il crinale erboso, e fecesti della Collina la tua casa, lassù una parte di te vide un ventaglio di futuri e passati possibili.
Lassù una parte di me viveva rombante nella polvere alzata dalla battaglia.
Lassù c’erano i nostri amici ormai disarticolati dal suo spazio e tempo, Capitano, Soldato d’inverno, Ragazza arcobaleno, alcuni dei loro nomi.
Ora anche tu.
Kowka.

La neve fioccò delicata su di te fino a ricopriti.
Divenisti te stessa neve.
Sotto le grandi ali della farfalla color cielo blu profondo che tu ami follemente, sognante, ingenuamente, nella sua semiveglia sul limitare di due mondi, aspettando un raggio di sole che la porti via dal mondo al di fuori della neve.

I caduti meritano il nostro ricordo.
Questo sognammo sotto la coltre nevosa, sognammo un futuro lontano,
dove la promessa era una lotta immensa e devastante, dove la promessa collideva impietosamente con la brutale asciuttezza della realtà.
Del saluto negato, dell’ultimo atto in solitario per entrambi.
O a volte di una nascente disperata amicizia di una vita insieme nata per caso sotto un cielo guerrigliero.
Un difficile e terribile atto solitario sorella paura e dolore.

Noi camminavamo guardandoci i piedi per non guardare avanti perché il futuro era nebuloso e incerto, guardandoci i piedi per non guardare indietro perché potremmo aver perso troppo, guardando il proprio riflesso sulla pozzanghera per capire chi fossimo stati, camminavamo perché non poteva fermarsi, camminavamo sognando,
perché forse camminavamo nei sogni.

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Ladycat War Zone. Ghost recon in a halo’s nmi request.

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Tutto quel vagabondare solitario
era solo per stabilizzare l’anima?
E quel furioso saliscendi
del cuore nelle viscere,
cos’era?

 

All that lonely wandering
was it just to stabilize the soul?
And that furious ups and downs
of the heart in the bowels,
what was?

 

 

Kowka War Zone. A wood shelter.

DSCN3040 - Copia - Copia

Ci ritrovammo in un campo vermiglio, e di li, poco più avanti a noi, e a mano mancina, c’era un piccolo fortino in legno vissuto e sghembo, quasi fosse una timida rimessa per anime.
A ben vedere lo era, un piccolo bastione di anime disperse o ferite,
incuneato fra la luce e la tenebra ingentilito da filari di rose selvatiche e tappeti di violette, un rifugio per sogni timidi in volo radente, o fantasmi della tramontana.
Ripescammo i nostri ricordi più belli mentre gli zaini scivolavano giù senza resistenza dalle spalle arcuate, anche se tu non avevi spalle arcuate o zaino,
mentre ci accucciavamo sull’erba allentando le stringhe degli scarponi,
benché tu non indossassi scarponi, ritrovammo un poco di pace,
sebbene io l’avessi persa da tanto tempo, o da sempre, o da quando sogno da solo sul campo vermiglio, accanto al ligneo fortino d’anime intarsiato fra trincee scivolate di lunghi o perenni sonni, fra l’erba e margherite, sogni fracassati e impennate d’impossibile coraggio e monumentali dignità, salve di pensieri
oltre le cataratte del mondo, carne ossa e nervi riarse alla vita,
tutto e niente, qui, non c’è sipario che tenga se non il vissuto.

 

We found ourselves in a vermilion field, and from there, just ahead of us, and left-handed, there was a small wooden fort lived and crooked, as if it were a timid garage for souls.
On closer inspection it was, a small bastion of lost or wounded souls,
wedged between light and darkness softened by rows of wild roses and carpets of violets, a refuge for shy dreams in low flight, or ghosts of the north wind.
We scoured our best memories as backpacks slid down without resistance
from arched shoulders, even if you had no arched shoulders or backpack,
while we crouched on the grass loosening the strings of our boots,
although you were not wearing boots, we found a little peace,
although I had lost it for a long time, or always, or since I dream alone on the vermilion field, next to the wooden fort of inlaid souls between trenches slid of long or perennial dreams, among the grass and daisies, smashed dreams and surges of impossible courage and monumental dignity, salvation of thoughts beyond the cataracts of the world, flesh bones and nerves parched to life,
everything and nothing, here, there is no curtain that holds if not lived.

Kowka War Zone. Piercing the Earth’s wall.

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Cambiano forma
trapassando il muro della terra,
le parole non dette,
là sotto è silenzioso
ovattato
persi un orecchio
quella notte.

Sotto la vampata accecante
del biancore atomico
metà del volto vaporizzato
volto interiore
ti vidi saltare giù
nel rifugio
troppo tardi,
scendemmo su quella spiaggia
trafitti dall’aurora
sono ancora sfocato sullo sfondo
sulla portante del rombo
che si sta afflevolendo
cupamente
sordo.

 

They change shape
piercing the earth’s wall,
the unspoken words,
down there it is silent
muffled
lost an ear
that night.

Under the blinding flash
of atomic whiteness
half of the face vaporized
inner face
I saw you jump down
in the shelter
too late,
we went down to that beach
pierced by the dawn
I’m still blurred in the background
on the carrier of the rhombus
that is being flattered
darkly.
deaf.

Kowka War Zone. Disembark near Juno beach of Proxima B.

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VI XII.
We were on a hyperbolic course,
time broken in half, diffracted specularly.

VI VI.
On the opposite side of the Earth’s orbit,
ghosts peek through the ventricles
of stellar diffraction figures,
kicking through the dense atmosphere
they make space in the infrared band
that much to re-emerge on the wave
of the stellar storm
high energy protons
trigger dreams rem
impossible
like the tangible escape routes.
Six months along the trench
white black and red
muffled breaths
held up suspended
in combat.
Yet
together,
back to the trench
I dream
you.

We should be able to believe in the impossible because
it is the only way to take away those masks and chains
that they imposed on us before we were born.

 

VI XII.
Eravamo in rotta iperbolica,
il tempo spezzato a metà, diffratto specularmente.

VI VI.
Dalla parte opposta dell’orbita terrestre,
i fantasmi sbirciano attraverso i ventricoli
delle figure di diffrazione stellari,
scalciano attraverso l’atmosfera densa
si fanno spazio nella banda infrarossa
quel tanto per riemergere sull’onda
della tempesta stellare
protoni ad alta energia
innescano sogni rem
impossibili
come le tangibili vie di fuga.
Sei mesi lungo la trincea
bianca nera e rossa
respiri smorzati
trattenuti sospesi
nel combattimento.
Ancora
insieme,
tornando alla trincea
io sogno
te.

Bisognerebbe saper credere nell’impossibile perché
é l’unico modo di toglierci quelle maschere e catene
che ci hanno imposto prima di nascere.