Kowka War Zone. Quell’intenso pallore stellare.

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Quell’intenso pallore stellare
da dove proveniva
da dove nasceva sorgeva e apriva gli occhi
per poi socchiuderli nuovamente
come vinta da un torpore primigeneo
di un’universo abbozzato
crisalide prematura dai sensi di morbida creta
corazzata e allo stesso tempo premurosamente esiliata
in una bolla di spazio tempo virato
in cinque direzioni e quattro sapori
{ massa, (attrito e mu), raggio e orizzonte degli eventi}
da dove si originava callidamente diafana delicata
franta dal più esile sussurro o sguardo
più massivo
di un sogno in embrione
non ancora rinchiuso racchiuso compresso
nella nostra realtà
dove tutto necessita d’una impenetrabile corazzatura ignea
a prova di interpretazione umana,
donde sbocciava
increspando il freddo mare brezzato
alla temperatura di fondo dell’universo?

(Silenzio
ed un passo indietro,
wu)

 

That intense stellar pallor
where it came from
from where he was born he raised and opened hes eyes
to then narrow them again
as won by a primordial torpor
of a sketchy universe
premature chrysalis with soft clay senses
battleship and at the same time thoughtfully exiled
in a bubble of space time tacked
in five directions and four flavors
{mass, (friction and mu), radius and horizon of events}
from where it originated callidiously delicate diaphanous
crushed by the slightest whisper or glance
more massive
of a dream in embryo
not yet enclosed compressed enclosure
in our reality
where everything requires an impenetrable fiery armor
proof of human interpretation,
whence it blossomed
rippling the cold breezy sea
at the bottom temperature of the universe?


(Silence
and a step back,
wu)

 

 

 

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Kowka War Zone. Good morning 139.

Vertically right inside that narrow crack almost like a slit from where he could laboriously spill just one glance, there we were, the stones were sharp teeth that gnawed even the breath, the sky so far and distant that even just imagining that deep blue it hurt, we could feel our souls opening up tearing apart like rabid and consumed but ardent sheets of life.
We were vertically, eyes at the zenith and hearts at the nadir, or the opposite, without horizon, without references if not ourselves polar stars for each other, juxtaposed up to the last subatomic particle, we spaced hypercompressed into a small concavity invisible armored door lock.
You were scared so much word but not a moan, eyes open but you couldn’t see just hear I was hoping I was praying we prayed maybe. We didn’t leave that twisted top made unbelievably made of skin blood bones and nerves we didn’t let up even though we already knew.
And then you are left to scream in the void vertically to the empty summit so far over there or up there in the silent crevasse no one hears anyone sees anyone crosses, at these extreme circumpolar latitudes near the north celestial pole at the Zulu base at the shepherd stars of the Milky Way, no one goes so far down there paths of dark snow on the edge of the rising twilight never arrived, good morning 139, no echoes in the downstream of the o3 layer.

 

In verticale proprio dentro quell’angusta spaccatura quasi una feritoia da dove poteva tracimare faticosamente solo uno sguardo, lì eravamo noi, le pietre erano denti aguzzi che rodevano anche il respiro, il cielo così lontano e distante che anche solo l’immaginare quel blu profondo faceva male, si sentivano le nostre anime stapparsi lacerarsi come lenzuoli rabbiosi e consumati ma ardenti di vita.
Eravamo in verticale, occhi allo zenit e cuori al nadir, o all’opposto, senza orizzonte, senza riferimenti se non noi stessi stelle polari l’uno per l’altra, giustapposti fino all’ultima particella subatomica, spaziammo ipercompressi in una piccola concavità chiusa blindata invisibile sfasata.
Avevi avevamo paura tanta parola ma non un lamento, occhi aperti ma non riuscivi a vedere solo sentire speravo pregavo pregavamo forse. Quella cima contorta tirata all’inverosimile fatta di pelle ossa sangue e nervi non la lasciavamo non mollavamo anche se già sapevamo.
E allora resti ad urlare nel vuoto in verticale alla vuota cima tanto laggiù o lassù nel crepaccio silente nessuno sente nessuno vede nessuno tange, a queste latitudini estreme circumpolari prossimi al polo nord celeste alla base zulu alle stelle pastori della Via Lattea, nessuno si spinge sin laggiù sentieri di neve oscura sul limitare del crepuscolo nascente mai arrivato, good morning 139, no echoes in the downstream of the o3 layer.

 

 

Kowka War Zone. Dō, 道.

Calligrafie lontane secanti il vespertino orizzonte
aspergono litanie sottovoce s’impigliano nelle maglie stramate
solo quelle verbosità apparentemente risorgive
presso i lidi di personaggi ritagliati attorno alle circonferenze di persone vere
tangenti mai secanti circoli interiori.

Distant calligraphies on the horizon
sprinkle softly litanies get caught in overgrown sweaters
only those apparently resurgence verbiage
near the shores of characters cut out around the circumferences of real people
tangents never secant inner circles.

Kowka War Zone. A little combat shroud.

Presasi un cerimonioso quanto riservato e immensamente concentrico gesto di arretramento nobile e meritato rifugio, non senza implicite rimembranze di antichi sugelli di silenti e rispettosi dovuti onori, ella scivolò mantendo la guardia alta e composta con il piglio di chi s’assenta per un battito d’ali di farfalla o il pulsare di un cuore puro, scevro delle asperità d’una fortezza dilatata da parole coniugate in tempi frazionati o incendiati al dolor bianco, e d’incanto o di strappo dilaniante oltrepassò la cortina d’un sipario, in punta di dita, tornerò subito, o forse no, non so. Quell’arido clangore a noi, solo a noi riservato, come un corno risuonante nella nebbia oscura, tracimò dentro di noi come uno speglio furente, quel rombo lontano dalla percussione infernale, camiciato d’un proiettile devastante, e insieme tentammo tentiamo di schivare o di arginare l’emorragia dello shock o di oltrepassare il sipario assieme prima dell’impatto.
Il nudo sipario sfioriamo con polpastrelli nudi e delicati, uniti.

 

Given a ceremonious as well as reserved and immensely concentric gesture of noble retreat and deserved refuge, not without implicit remembrances of ancient sellers of silent and respectful due honors, she slipped while keeping the guard high and composed with the air of one who is absent for a heart butterfly’s wings or the throbbing of a pure heart, devoid of the harshness of a fortress dilated by words conjugated in times fractioned or burned to the white pain, and by enchantment or by tearing apart it went beyond the curtain of a curtain, at the tip of fingers, I’ll be right back, or maybe not, I don’t know.
That dry clang to us, only reserved to us, like a horn resounding in the dark fog, overflowed within us like a furious blaze, that roar far from the infernal percussion, stained with a devastating bullet, and together we tried we try to dodge or to stem the bleeding of the shock or to cross the curtain together before impact.
The nude curtain we touch with bare and delicate fingertips, united.

 

 

Monet War Zone. Water lilies above a sand tranch (I).

Esprimendo quella sorta di imperfezione chiamata individualità, rendiamo tangibile la nostra diversità, unicità e incomunicabilità. Impossibile e inarrivabile.
Come una ninfea sospesa su una sabbiosa trincea.
Quale spelonca improvvisamente dischiusa fagocitò voracemente e feralmente quell’arto, quella parte di noi che ora sentiamo forte e dolorosa ma effimera e dislocata come un’interiore arto fantasma. O era la totalità di noi stessi, spazzati via, ed ora é solo un’eco un relativistico riflesso di uno stato quantistico condensato, una riduzione soffusa radiazione di fondo, sul limitare della possibilità.
Crepuscolarmente resistiamo, vivendo.

Expressing that sort of imperfection called individuality, we make our diversity, uniqueness and lack of communication tangible. Impossible and unattainable.
Like a water lily suspended on a sandy trench.
Which cave suddenly opened up voraciously and ferociously engulfed that limb, that part of us that we now feel strong and painful but ephemeral and dislocated like an inner phantom limb. Either it was the totality of ourselves, swept away, and now it is only an echo a relativistic reflection of a condensed quantum state, a suffused reduction of background radiation, on the edge of possibility.
We crepuscularly resist, living.