Kowka War Zone. Ferite inverse/ Reverse wounds.

Ricordi che i sogni sono ferite inverse, vero, spaceman? Quando il tempo era una mera gibbosità alla periferia stellare di Omega Centauri, o una derapata sghemba d’una vecchissima gigante rossa pastore della Via Lattea in prossimità di sentire la riga del ferro, o era nascosto fra le pieghe del rupes recta lunare, capolinante fra le volute dell’ossigeno ironizzato del Velo, arroccato sui bastioni d’una nebulosa a riflessione? Quando il tempo era un amico, e non lo conoscevamo, torniamo a toccare i sogni prima delle ferite, riportami indietro, prima del tempo, quando nessuno poteva capire quello che ci dicevamo, prima dei nostri ricordi.

 

Remember that dreams are reverse wounds, true, spaceman? When the weather was a mere hump stellar periphery of Omega Centauri, or a skewed skew of a very old red giant shepherd of the Milky Way near to feel the line of the iron, or was hidden among the folds of the rupes recta lunar, climbed among the volutes of the ironized oxygen of the Veil, perched on the ramparts of an reflection nebula?
When time was a friend, and we didn’t know it, let’s go back to touching dreams before wounds, bring me back, ahead of time, when no one could understand what we were saying before our own memories.

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Lyell War Zone. Where the damned dare.

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Vicino Juno beach
abbiamo perso le nostre anime
ancora una volta
droppate sotto una pioggia battente
gocce rugginose
delineate da pesanti righe d’acciaio
ferivano le nostre membra silvane
accartocciate sui nostri giubbotti
le nostre caratratte di bambini
dannati bastardi non era la nostra guerra
ed ora restiamo sospesi nel nostro non tempo
sanguinanti
librati sul nostro perfetto
impossibile mondo.

 
Near Juno beach
we lost our souls
once again
dropped under a heavy rain
rusty drops
outlined by heavy steel lines
they hurt our sylvan limbs
crumpled up on our jackets
our cararades of children
damn bastards wasn’t our war
and now we remain suspended in our time
bloody
hovered on our perfect
impossible world.

 

 

 

Ladycat/Kowka War Zone. True (tuxedo) colors.

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Filari crepuscolari s’intrecciano
arrampicandosi sulle ombre tangenti il terreno
nel primaverile mattino nascente
e gli occhi s’abbassano quasi rifuggono
lo spazio vuoto definito
dalla mancanza
sotto palizzate di sopravvivenza
a volte macchiate di vergogna.
Nevicò duramente,
e fummo colorati in bianco e nero,
ogni tanto in rosso.
Dentro.

 
Twilight rows intertwine
climbing the shadows tangent to the ground
in the early spring morning
and the eyes are lowered almost to the point of escaping
the empty space defined
from lack
under survival palisades
sometimes stained with shame.
Had snowed hard
and
so was colored in black and white,
sometimes in red.
Inside.

 

 

 

Ladycat War Zone. Carbonio.

E il secondo sole s’avvicendò come un blando epigono all’augusto aspersore di calore e luce, sghembo quasi timoroso, quel crudo biancore lievito madre di ricordi e fatti ed emozioni cozzava rudemente con un clangore infernale, silenziosamente ustore. Sotto l’ombra d’un masso sbrecciato sul limitare ghiaioso della Collina, egli sostava immoto, era così mimeticamente inesprimibile che i pensieri sembravano orpelli sporadici o forse riflessi di libellule o di scaglie o di emozioni lanciate a folle velocità per evitare l’imbarazzo della loro nuda comparsa, l’inevitabile collassare della loro forma d’onda in qualcosa di straniero, d’urlato, di sommesso.

Crepitava forte l’anima sotto il sole e bruciava forte, e l’umido sublimava veloce non visto.

Quasi fosse un imbarazzante incespicare quella esposizione al calor bianco privo di corazza e d’arme mai impugnata per ripugnanza. O per viltà. O per incapacità.

O nulla di tutto questo, solo l’ombra di una sardonica tangenza dell’umanità sul viandante della 139.

Kowka War Zone. A private boot of Ladycat or Major Kowka. Or Luke, maybe.

DSCN3040 - Copia - Copia

That single instant of fall
repeated endlessly
between the flowers and a stone with a stone with her fighting name
an eroded ragged armored silence.
Or it was a body and a mind, a common heart
broken
the odd step
the worn and hardened para no longer wants to leave deep furrows
on the mud
but leave the place to the snowdrops
and to the dancing grass in the breeze
no more rubble looks glazed from cornices
light grazing filtering from antigrate networks
tears like infinite polymers
fifth state of the subject
pain
unexpressed.
The boot
feel again
the pressure of the fingertips of the foot of the then
lonely desperate young man alone
that turned the corner, and that throughout his life, will be afraid of crossing death,
but not for him, in this wonderful and terrible world, without warning,
sometimes, yes,
and his hands will split and shadows will come out
above the blind horizon
of that boot
roaring bruised leathery
too conscious
of overwhelming flow
of the void
full of everything.

 

Quel singolo istante di caduta
ripetuto all’infinito
fra i fiori e una pietra con il suo nome da combattimento
un silenzio corazzato stracciato eroso.
O era un corpo e una mente, un cuore comune
spezzato
il passo disparo
la para consumata e indurita non vuole più lasciare profondi solchi
sul fango
ma lasciare il posto ai bucaneve
e all’erba danzante alla brezza
non più calcinacci occhiate sgembe da cornicioni
luce radente filtrante da reti antigranate
lacrime come polimeri infiniti
quinto stato della materia
il dolore
inespresso.
Lo scarpone
sente ancora
la pressione dei polpastrelli del piede dell’allora
giovane disperato arrabbiato solo
che girava l’angolo, e che per tutta la sua vita, avrà paura di incrociare la morte,
ma non per lui, in questo mondo meraviglioso e terribile, senza preavviso,
a volte invece sì,
e gli si spaccheranno le mani ed usciranno ombre
al di sopra del cieco orizzonte
di quello scarpone
ruggente contuso coriaceo
sin troppo cosciente
del flusso travolgente
del vuoto
pieno di tutto.