Ladycat War Zone #14. “Are you the one who flipped over the antiaircraft of humanity?”

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(The August 28th will be the Memorial Day of the Rainbow Bridge)

Only to try to reach the place that maybe exists only in your heart, you have slipped wings through the night, you have gently moved the ribbons reddened by the reflectors of ignorance and the human ignorance, beaten and cobbled by evading crimson tracers, rogue deaf guns, you’ve protected the your thin and anachronistic wings adorned with a rainbow color, you’ve got one constellation of wounds and scars that are substance and pride, anger and will, love and strength, empathy and compassion, life, you have tightened your teeth and your hiss is sprouted like an
obscure flower in the night, with the tenacious delicacy of the snowdrop, you have gone over the bastions of violet fog, you are burned to the white heat returning into the atmosphere of dreams, fallen, raised, sunk in the swamp, crossed the forest, fought with bare hands, drawn to full hands in the sea of ​​pain and perhaps dead in the attempt, mad crazy pathetic dancing arm with the valkyries and the dream?

Why?”

“For them”

We were just kids when you threw us in this war. We were naughty kids who we thought we were fighting and saving lives and changing the world. We thought it was a game guys, it was all damn true. You did not believe us then, and do not believe in us either. Now, now that we come back from every ghost recon increasingly wounded and contused out and inside, with the smell of anger and stratification on the skin. You said you ignore the pain, ignores everything.
No, we were just little boys and now we are like scattered and damned souls. Because you’ve thrown us in the jungle and when we came out we smelled too much of love and pain and we had too many wounds and scars and trauma to be socially acceptable or presentable.
But we know who to rely on.
No need for empty words.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Can you hear?

Can you hear this wonderful glowings
full of sleeping stars, nestled on themselves?
The delicate and crystalline murmur of snow
that melts and goes downhill carefree,
this delicate and fragrant wind,
the thousand shades in the awakening sky,
the peace over these lonely peaks?
I put my head on your fawn pillow, and finally,
I dream with you.

Riesci a sentire questo meraviglioso chiarore
pieno di stelle assopite accoccolate su se stesse?
Il mormorio delicato e cristallino della neve
che si scioglie e scende a valle spensierata,
questo vento delicato e profumato,
le mille sfumature nel cielo che si risveglia,
la pace che c’è quassù su queste vette inaccessibili?
Appoggio la testa sul tuo fulvo cuscino e finalmente,
io sogno con te.

 

 

 

 

 

If you.

If you
could hear or read these words beyond the perpetual confusion of this semantic and ontological babel, if I could center the line of hydrogen neutral to circumvent or pierce the ruthless and stiff background noise, how would this come about? Do you whisper, shadow, vision, smell, touch, taste, presence?
What probabilistic wave ridge I should ride to leap towards you, what an absolute delta to cling to, to leave behind the overwhelming gravity of the simulacrum, what a blurry silvery quantum for this heart of darkness of voids and flashes of nothing, which estuary follow up to Sea, where the dark cumulonation devours the sea and awaits me the white white where the furious sailing ship of Ahab will arise.
Where our words will meet, where the gutter will finally gather together before being rebuilt from the mother earth and return once again to the primordial sea, immense and timeless Teti, where everything has begun and everything will end, the desperate and painful dream of a blind dreamer and only by the great silent heart.
If only you could, everything would make sense.
And I could finally rest in peace.

 

Se tu
riuscissi a sentire o leggere queste parole oltre il balbettio perenne e confuso di questa babele semantica e ontologica, se io riuscissi a centrare la riga dell’idrogeno neutro per aggirare o perforare il rutilante e stolido rumore di fondo, in quale modo arriverebbe questo? Come sussurro, ombra, visione, odore, tocco, sapore, presenza?
Quale crinale di onda probabilistica dovrei cavalcare per saltare verso di voi, quale delta assoluto raggungere per lasciarmi alle spalle la gravità opprimente del simulacro, quale quantico proiettile d’argento per questo cuore di tenebra di parole vuote e lampeggianti di niente, quale estuario seguire fino al mare, laddove il cumulonembo oscuro divora il mare e mi aspetta la balena bianca, dov’é che si arenerà il furente veliero di Achab.
Dove le nostre parole si incontreranno, in quale grondaia infine si raccoglieranno insieme prima di essere riassorbite dalla madre terra e ritornare ancora una volta nel mare primordiale, l’immenso e senza tempo Teti, dove tutto é iniziato e tutto finirà, il disperato e dolente sogno di un sognatore cieco e solo dal grande cuore silenzioso.
Se solo tu potessi, tutto avrebbe un senso.
E io potrei infine riposare in pace.

 

 

Ladycat War Zone #13. “Collina 139, 15 Agosto”

2 - Copia

Al culminare di Agosto, il peregrino passo riconduce sempre alla quota Monet della Collina 139.
Stavolta sarà diverso, nuove mani e voci, volti e colori e pellegrini porteranno il loro saluto, e la terra riarsa e calcinata dal sole forse si risveglierà con le sfumature gioiose di un campo fremente di mille papaveri rossi, accompagnata dal sussurro intonato dal silenzio colorato di una profondissima scala blu.
Ci saranno tutti quelli su cui si può contare, con i loro volti, pensieri e colori.
E lassù dalla quota più alta il capitano lo saluterà, e poco distante la ragazza arcobaleno gli farà un saluto silenzioso. In lontananza vedrà come torreggianti e silenti sentinelle tutti gli altri, qualcuno immerso nella bruma, qualcuno con le spalle al sole, qualcuno in pace, in eterna vigilanza o con lo sguardo indurito nel perenne combattimento.
Qualcuno veleggerà intrepido, volgendo il viso disseccato e riarso al vento, gli occhi socchiusi, immobili, con i pochi e resistenti sguardi cristallizzati nel tempo in cui andò in pezzi, senza concedere al male nulla di più, mentre l’uomo del passato era con lui, scosso dal timore, ma la sua fede nel capitano era incrollabile, e l’avrebbe seguito fino ai lembi dell’inferno, se fosse stato necessario. E serrò forte il suo timone interiore fino a farsi sanguinare le mani.
Qualcuno remerà ostinatamente in direzione contraria e diversa, contro i marosi spumeggianti e crudeli senza sosta o risparmiarsi, mentre l’uomo del passato gli indicò oscuramente la direzione, chiamandolo in lontananza, lanciandosi giù a rompicollo dal crinale, mentre l’altro lo salutava per l’ultima volta senza che potesse vederlo.
Qualcuno si specchierà oscuramente in pozzanghere, alla ricerca della sua casa e di se stessa nell’ultima ontologica, frenetica e disperata lotta, gioendo nei piccoli momenti di lucidità, mentre l’uomo del passato gli fece scudo con le sue costole contro la pioggia dura e sporca, avvicinando le sue sue mani su di lei in una laica e umile preghiera.
Qualcuno sarà costretto in una battaglia che non avrebbe voluto combattere, ma che dovrà suo malgrado, nell’indifferenza.
Qualcuno vorrà solamente voluto vivere, il suo libero diritto di esistere.
Qualcuno vorrà il dolore dell’altro, il suo futuro e il suo passato, la sua traccia, il suo colore e odore.
“L’importante è che uno di noi rimanga sempre e passi il testimone visibile ed invisibile”, dirà la voce di quella quota, restando sempre alle sue spalle, e rasserenerà l’uomo del passato, il pellegrino.
L’uomo vedrà se stesso su una di quelle quote, e vedrà qualcun’altro, di un altro tempo e luogo, di un giorno di un futuro passato inerpicarsi sul sentiero.
E nella sua mente vedrà un luogo e un tempo dove le emozioni non sono una placida tavolozza di colori pastello per bucoliche lavature di tela per cieli tratteggiati di nembi, ma una tenebrosa tempesta interiore.
Uno scontro con l’oscurità immensa e inconoscibile del destino e della vita, un biancore che spezza le retine, un silenzio assordante che rompe i timpani con una vampata al calor bianco. Una pulsante armonica di gioia, dolore e folle altruismo, due passi indietro e uno a fianco del compagno più vicino, per proteggerlo sotto il rombo cupo dei colpi della vita, nemico non dichiarato e inconoscibile, suo malgrado avversario senza perché, sperando in un’impossibile tregua, un temporaneo Natale, prima che l’uno dopo l’altro i nostri compagni scompaiano sotto la superficie del mare primordiale, lasciando increspature e vuoti immensi nel cuore.
Le parole non sono un imbuto per far passare un mare ma solo una fittizia corazza e scudo di Perseo contro la paura. Quando scrivere e parlare sarà reale, spariranno mani e voci, perché ci sarà solo l’indistinta risacca dei marosi dell’immenso mare blu profondo. Quando e se ascolterete ancora non sentite quello che vi hanno detto ma quello che non vi hanno detto, perché é immensamente tutto lì, quando penserete di sapere chi siete io non sarò più quello, ma uno di loro.
Ma a volte, qualcuno potrebbe prendervi per mano, e per qualche istante, come un sogno, sarete lì sulla spiaggia, felice sul bagnasciuga pieno di conchiglie e sassolini colorati e di non parti di te stesso o loro o fantasmi nell’aurora incerta e tu sai che sei sarete lì e vivi, e non ci sono le esili e provate braccia nervose accostate a costolose schiene erose dalla pioggia che reggono ragazzi così leggeri che sembrano angeli caduti dal cielo, impigliati nelle sottili maglie della vita, che non sussulteranno mai quando li prenderete con voi, e vi preoccuperete per loro quando gli darete rifugio, casa, e le loro ferite saranno le vostre fino alla fine del tempi e forse allora insieme guarirete, e ancora una volta farete soffiare il vento, alzerete il nostro viso bagnato e cercherete di perdonarvi, per tutte le volte che non gli abbiamo detto ti voglio bene, per tutte le volte che non siamo arrivati in tempo, per ogni assenso che ci costò erodere con le nostre mani il muro della terra, per quando non abbiamo visto abbastanza lontano, nonostante le nostre piccole vittorie, per tutte le parole sfiorite nell’oscurità che nessuno ha udito a parte noi stessi. Ma alla fine forse finalmente sarete semplicemente voi stessi, spezzati, stanchi, contusi e feriti a morte, ma felicemente uno qualsiasi, uno di loro, con la schiena al muro spalla a spalla, vicini, aspettando i primi raggi del sole e il loro capolinare saettante e felice dal crinale della valle senza eco. E con un po’ di fortuna, li vedrete arrivare. Se poi riposerete o lotterete ancora insieme non lo so, ma l’importante è provarci, ad ogni costo.
La voce della quota vedrà i pensieri e le emozioni di entrambi gli uomini, forse lo stesso, e poserà la sua mano sulla spalla dell’altro, e gli parlerà come ad un fratello.
“Quassù c’e un bellissimo panorama. Io resterò ancora un poco qui e aspetterò il tramonto, con tutti loro. Non posso tornare con te, vedi le mie ferite? Il sole sta scendendo, il crepuscolo incede.
Ci ritroveremo senza bisogno di parole…”
“Ora va’, amico mio, arrivederci.
Per te é tempo di discendere a valle cantando a pieni polmoni il blues dei pellegrini del cielo blu profondo”

La ragazza arcobaleno sulla quota più vicina sorriderà silenziosamente mentre attenderà con fiducia e coraggio la discesa del pellegrino, cospargendo il suo sentiero di bianco, grigio, arancio, di tutte le sfumature più evanescenti, invisibili e profonde, e il tramonto diverrà alba, foriera di nuovi orizzonti e nuovi obiettivi.
Coraggiosamente colui metterà un piede davanti all’altro, prima lentamente, poi con passo leggermente più sicuro e deciso, e alla fine correrà e finalmente verrà assorbito nell’armonia pacifica, rabbiosa, sognante, combattente, dolente e silenziosa della loro immensa e invisibile scala blu profonda.

“We was born
with the morning sun
in a snowy day
under a rainy stars…”

“Non era uomo (o animo) da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva; stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto”

– “Ferro”, Levi.