Ladycat War Zone #2. “Ricognizione fantasma sotto una pioggia battente”

ofL’uomo era piegato su se stesso sotto una pioggia torrenziale, nel passato sempre presente, anche se la sua anima era leggera come un nembo. Riemerse lentamente dalle numinose nebbie di se stesso. Una mano lo guidò oltre la barriera nebulosa.
Alzò gli occhi al cielo, le conifere artigliarono il blu alla ricerca spasmodica della luce, della vita, del sole.
Davanti a lui c’era un angelo. Per un attimo pensò che potesse intimorirlo, e si ritrasse.
“Non posso avere paura di te”, disse l’angelo e gli strinse delicatamente le mani, “non devi avere paura”.
“Dove siamo? Chi sei?”, chiese l’uomo.
“Sei nel Wonderland. Io, noi siamo quelli che hai aiutato e che hai tentato di aiutare. Quello che aveva fame, sete, paura, disperazione. Quello ferito, colpito, menomato, speciale, tetraplegico. A terra. Quello che voleva una voce gentile una carezza uno sguardo vero un abbraccio sincero o una mano che mi togliesse dalla strada pregando di farcela, un cuore che non molla mai, a qualunque costo.
Ma soprattutto siamo vicini a chi ha quella…”, disse l’angelo all’uomo indicandogli il collo.
Colui si accorse di avere una collana di piccole perle rosa.
“Ogni perla é uno di noi e ci sei anche tu”
“Non ho più paura…”, sussurrò l’uomo, sorridendo.
L’angelo ormai tornato gatto saltò sulla spalla e insieme si incamminarono nel grande Wonderland laggiù.
E diventarono nuovamente l’uno fratello dell’altro e condivisero ancora una volta le gioie, le parole e le paure, in un abbraccio perenne, mentre il nuovo sole scaldava loro il ritrovato pelo e le ossa, felici di aver ritrovato il loro calore.
Ma se non fosse esistito questo luogo sospeso fra noi e la nostra essenza, verità e sogno, realtà e folla, quali sarebbero state le nostre colonne di Ercole ontologiche, avremmo mai trovato il nostro limen, la nostra sorgente, la nostra casa?
In quali fiumi e sorgenti ci saremmo immersi, in quali fontanili e vallate baciate dall’eterno meriggiare del sole dei cuori semplici e veri? Quali crinali avremmo scalato spalla a spalla, guardando l’orizzonte callido, o traguardando le selle con voi sulle spalle?
E saremmo stati nembi leggeri e intangibili dopo l’ultima neve di primavera, sotto la coperta della galaverna, fra germogli frementi sotto la terra incipriata dalla prima gelata confusi fra la luce e le ombre, fra la leggera pioggia primaverile e l’odore della terra bagnata, fra le scogliere del tempo e del sogno. E non ci saremmo mai ritrovati, e nessuno ci avrebbe più guardato negli occhi perché avrebbero visto il loro inespresso e inaccettato dolore.
E non avremmo valcato la nostra porta sempre aperta, ma saremmo rimasti là dove gli primi bagliori dell’aurora illuminano il nostro ultimo giorno.
Sul crinale dell’esistenza dove bevevamo la luce, inconsapevoli, mentre sostavamo sulla polla d’acqua che ci abbeverava, e non la riconoscevamo più come tale, non riuscivamo più a bere,la nostra casa ci era straniera, e vagavamo senza sosta per ritrovare il verde pascolo e rifugio, con molta strada da percorrere, discendendo lungo il crinale, salutando i nostri vecchi amici e sfumando via nella pioggia.
Lasciando un cielo vuoto di stelle, cadendo insieme nell’impari lotta, e continuando a seguire i nostri percorsi tracciati nell’erba e nel cuore, inseguendoci e perdendoci per sempre.
Incrociando piccole promesse di una nuova primavera timidamente fiorite mentre aspettavano il nuovo sole che un crudele acquazzone ha spezzato, nembi sfilacciati dalla tramontana, soldati d’inverno, persi e ritrovati milioni di volte, silenti echi lontani di sorrisi sottintesi.
Ma forse oggi, o domani, o in un futuro passato, ma noi ci potremmo ritrovare e ci crederemo sempre, per voi.
E ogni giorno le lacrime sarebbero scese ancora, per il passato e per il futuro, sperando di trovare quella porta.
Di aprirla e trovarvi lì, dove i bambini sanno correre fra le stille di pioggia e non devono restare immoti per far sì che le loro lacrime ci si perdano dentro…

 

 

 

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