Catography # 39. “Piangere, sorridendo”

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(Immagine e copyright di Marianna Zampieri, pubblicato con la gentile concessione dell’autrice).

Ci siamo fermati, restammo immobili
con la testa china appoggiando i visi sulla terra
e le nostre lacrime cadevano giù
rigando le nostre guance nel desiderio della loro aurora
e pollavano in una plumbeo crogiuolo.
E scuotendo la testa, pensavamo se ci potesse essere dignità e fierezza
nel nostro dolore.
Ma poi abbiamo capito che possiamo piangere, sorridendo.
Voi avete molti nomi e molti volti, diversi ma uguali.
Noi abbiamo gettato maschere scudi corazze e armi,
mentre i vostri mortali sudari si tramutavano in un claudicante castello di carte in peregrino equilibrio sull’abisso, fremente e caduco alla brezza più sottile,
ci avete mostrato il nostro vero volto e il nostro dolore senza vergogna ma con dignità.
Voi siete il nostro piangente sorriso.
Per sempre.

 

 

 

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Catography # 38. “E l’ultimo chiuda la porta”

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(Immagine e copyright di Marianna Zampieri, pubblicato con la gentile concessione dell’autrice).

Con il gatto sulle spalle, ancora una volta entreremo nella foresta, da soli, ma tutti insieme.
Dove ci sono i nostri sogni, le nostre speranze e passioni, le nostre paure.
Potete vedere la foresta solo se credete in loro, in noi.
Se non potete, non importa.
L’ultimo di noi chiuderà la porta.
Siamo entrati in fila indiana, come due amici che nel silenzio hanno esplorato gli angoli del mondo e conoscono suoi segreti. Scalato le vette più alte e inaccessibili dell’universo.
Questo é il nostro magico mondo.
Ora, se puoi, chiudila tu per me, alle mie spalle.

Sulla punta della prora, al di sopra dei flutti rampanti delle onde del mare, lui o lei, volgeva lo sguardo oltre l’orizzonte. Era il capitano della nave, per tutti noi era il capitano.
Nessuno sapeva il suo nome, da dove venisse, chi fosse stato.
Ma non importava perchè era uno di noi.
Volgeva il viso disseccato e riarso al vento, gli occhi socchiusi, immobile, ma congelato nell’attesa d’un balzo felino, movimento puro.
Neppure la tempesta riuscì a strappargli più di una solo ringhio, mentre la nave andava quasi in pezzi, tutti noi nel panico. Non avrebbe concesso al mare nulla di più.
Il capitano aguzzò lo sguardo. Eccola laggiù, ancora una volta.
“La vedi? Quella é una stella. Un gatto. Uno di noi!”
Il timoniere era scosso dal timore, ma la sua fede nel capitano era incrollabile.
L’avrebbe seguito fino ai lembi dell’inferno, se fosse stato necessario.
Serrò forte il timone.

 

 

Catography # 37. “Cristalli”

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(Immagine e copyright di Marianna Zampieri, pubblicato con la gentile concessione dell’autrice).

Siamo come cristalli.
All’apparenza duri, cristallini, ma liquidi in realtà.
Liquido ad altissima viscosità.
Solidi, all’apparenza. Duri come il cristallo.
Sopportiamo colpi durissimi senza romperci.
Ma basta un suono, una vibrazione, assonanza,
risonanza, la giusta armonica, melodia, accordo,
scala blu e ritroviamo tutta la nostra emotività e fragilità.
Vediamo noi stessi per davvero.
E non c’è difesa che tenga.
Ma ci sono sempre loro ad accompagnarci, a guidarci, a guardarci le spalle.
Bentornati a casa.

 

 

Catography # 36. “Come comici spaventati guerrieri”

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Come lacrime nella pioggia, molte delle nostre storie svaniranno con noi, quando non ci saremo più.
Piccoli gesti fuori dalla corrente della storia di tutti.
Vite salvate, possibilità, fugaci opportunità.
Ma qualcosa rimane sempre. Per sempre.
Almeno in chi l’ha vissuta insieme.

Finalmente ho ritrovato quel lembo di tempo celato.
Quei quindici secondi nei 147 minuti dell’avventura più pazzesca della mia vita.
Con Tommy.
147 minuti fuori dal mondo, in modalità animale dove lo spazio e il tempo si dilatano mollemente virando nell’istinto, quando ho mollato il timone a lei.
Meno quei cruciali 15 secondi.

Prima.
La sagoma indistinta, sfocata, ai limiti della percezione con la coda dell’occhio.
Lei usciva ringhiando, “è vivo”, mezzo testacoda, freno a mano, sensi al massimo.
Corro e non sento nulla, la mia compagna urla, ma ormai siamo lontani, non sento nulla, solo un rombo cupo e bianco, vedo al rallentatore, macchine che sfrecciano, visi deformati dallo stupore e la disapprovazione. Nessuno lo vede, lì, indifeso, al centro della strada.
Testa bassa, copro la traiettoria, vaffanculo, prima dovete prendere me.
Arrivo, lo sento, è vivo.
Il mondo collassa intorno a noi.
Lo sollevo, delicatamente, con un modo e una perizia che non mi appartengono.
Come gesti remoti. Di altri tempi e luoghi.
Mi imbozzolo intorno a lui. Corro.
Quasi sfondo la porta del veterinario. Parlo ma non sono io. Parole secche e perentorie.
“Non le sto dando una scelta!”
Esami. Farfallina e ringer. Le incalzo. Il freddo tavolo metallico.
Restiamo soli.

Quindici secondi.
Gli tengo la zampa illesa.
All’improvviso lo squasso. Collassa.
Urla. Davvero, urla. Smette. Di respirare.
Un polmone era ancora collassato.
Smette di fare tutto.
Buio. Per entrambi.
Faccio, dico qualcosa. Non so cosa.
Dopo pochi secondi o un’eternità, torniamo, insieme.
Con uno sforzo immane socchiude l’occhio sano.
Mi guarda fisso negli occhi e articola un flebile miagolio.
So che è sopravvissuto.
Ce l’ha fatta.

Anche se è passato solo un anno e mezzo molte persone l’hanno dimenticato.
Ma a noi non interessa.
Siamo solo dei comici spaventati guerrieri.
E ne siamo dannatamente fieri.

 

 

 

Catography # 35. “Noi”

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(Immagine e copyright di Sara Derivi, pubblicato con la gentile concessione dell’autrice).

Volse la testa e cercò di spingere lo sguardo oltre l’orizzonte roccioso.
Gli ultimi raggi del sole calante infiammarono il cielo e trattenne il respiro.
Un altro, lunghissimo giorno era passato.
Strinse rabbiosamente le palpebre per mantenere i barlumi morenti dentro di sé, inutilmente.
Le falene di luce scivolarono via, nell’oscurità.
Poi, si lasciò andare, pianse.
All’improvviso arrivò il vento, gelido, sferzò il suo volto, le lacrime si ghiacciarono.
E ancora una volta lo vide spuntare dalle brume della notte.
Sembrava in attesa, aveva il viso scavato dal tempo, scrutava serenamente l’orizzonte oscuro e sorrideva.
Si perse nelle nere pupille cerchiate d’ambra screziata.
E si ritrovò in un altro luogo, in un altro tempo.

 
“Dove siamo stati? Chi eravamo, chi siamo? Fratelli, sorelle, amici?
I lineamenti di un solo volto scagliato nell’infinito?
Permettetemi di essere con te, ora, guarda ancora il mondo attraverso i miei occhi, il mondo che hai rivelato a me”