139ers War Zone. Cookie Lady forged a full nightmare jacket (VI).

Off the halo, Cookie Lady,
we’re falling down and trimmed off about our sprinkled dream in counterlight near the circumferences of a high velocity bullets through our corroded ribs, simple entry point, unknown sized of exit points, our souls slammed down with a corpuscolar haloed debris near a dimmed indigo light flanked a Cherenkov flare along the inner shell shock defragmentation, we sat shoulder to shoulder near a speckled terraced soil of the 139, can you hear me Cookie Lady, near the white noised and sub raged hailstorm?

Kowka War Zone. Twenty-seven days to plow the light of the Moon dust.

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He was standing, straight as a spindle, with his feet planted in the ruler in the center of the Sea of Tranquility, straight even though he continually shifted his weight from one knee to the other, and his shadow took twenty-seven days to plow the grayish light to climb. hovering and going down, they said that everything was quiet there, without jolts, or yes, but the view was always the same, and then at night there was a freezing cold, during the day with the sun at the meridian a hellish heat, and under the sky without air or water it rained, and if it rained, cosmic rays, x, gamma, heavy protons and floods of solar storms arrived, well, there was some madman chasing the terminator to have a moment of peace.
It was standing like a spindle, shifting its weight from one side to the other, to better blend in with the sky, or perhaps the wall.
Did you fall off the moon?
Could be.
All quiet there?
Yes all quiet, why can’t you see it?

 

Era ritto, diritto come un fuso, coi piedi piantati nella regolite nel centro del Mare della Tranquillità, diritto anche se spostava continuamente il peso da un ginocchio all’altro, e la sua ombra ci metteva ventisette giorni per arare la luce grigiastra ad arrampicarsi stare in bilico e ridiscendere, dicevano che lì era tutto tranquillo, senza scossoni, o sì, ma il panorama era sempre quello, lo stesso, e poi di notte c’era un freddo glaciale, di giorno col Sole al meridiano un caldo infernale, e sotto il cielo senza aria o acqua pioveva, eccome se pioveva, arrivavano raggi cosmici, x, gamma, protoni pesanti e sgrullate di tempeste solari, beh, c’era qualche folle che rincorreva il terminatore per avere un attimo di pace.
Era ritto come un fuso, spostava il suo peso da una parte all’altra, per confondersi meglio col fondo cielo, o forse la parete.
Sei caduto giù dalla luna?
Può essere.
Tutto tranquillo là?
Sì tutto tranquillo, perché non si vede?

 

 

 

 

 

 

Kowka War Zone. Harvest moon.

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Go buzz,
Lady

overstacking
of inners layers
standing near a blind trench
hovering in a dismantled internal balance
flooded and sinked our armoured skin
and broken sectors in a concave splinted chest now,
so blinded, so fuzzy,
a little hidden frenzy, maybe,
if they cared about the things
what we carries inside us.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kowka War Zone. Spectral wounds.

Tre palle nel petto possono abbattere una fiera, figurarsi un fantasma quasi inaudibile.

Dal passo sostenuto da una manciata di sogni egli sì voltò, e colse con la coda un dardeggiare tempestoso d’Erinni in furiosa picchiata in stretta e plumbea formazione, ed anche i pensieri tremarono forte prima di essere bloccati e calcinati in quell’attimo senza tempo fra lotta e fuga.

Sembrava una risata a crepapelle, argentina e sgorgante, invece era l’incessante processione di bossoli caricati d’incubi saettanti sulla bronzea cremagliera, e quel taglio sotto il naso, una volta sorriso s’era cementato in uno sghembo respiro affannoso e claudicante.

Ferite diagonalmente inferte, ortogonalmente diafane alla vista, cieche contusioni prive di altrui riscontro.
Concrezioni d’animo nate come emorragie trasmutate in parole.