Monet War Zone. Water lilies above a sand tranch (I).

Esprimendo quella sorta di imperfezione chiamata individualità, rendiamo tangibile la nostra diversità, unicità e incomunicabilità.Impossibile e inarrivabile.

Come una ninfea sospesa su una sabbiosa trincea.

Quale spelonca improvvisamente dischiusa fagocitò voracemente e feralmente quell’arto, quella parte di noi che ora sentiamo forte e dolorosa ma effimera e dislocata come un’interiore arto fantasma.

O era la totalità di noi stessi, spazzati via, ed ora é solo un’eco un relativistico riflesso di uno stato quantistico condensato, una riduzione soffusa radiazione di fondo, sul limitare della possibilità.

Crepuscolarmente resistiamo, vivendo.

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Kowka War Zone. A fuzzy appearance.

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Sono una semplice comparsa sfocata al margine
d’una mulattiera ai confini del mondo,
e confido nella nostra effemera
ma sostanziale stessa natura per continuare a resistere
esistere e meravigliarsi ogni giorno,
sempre uguale e sempre diverso, mai scontato,
e al di sotto dell’ombra frastagliata
dell’ulivo tangente alla pietra nivea,
tu riposi.

I am a simple fuzzy appearance on the sidelines
of a mule track on the edge of the world,
and I trust in our ephemeral
but substantial same nature to continue to resist
exist and marvel every day,
always the same and always different, never predictable,
and below the jagged shadow
of the olive tree tangent to the snow stone,
you rest.

We was born…

“We was born with the morning sun
in a snowy day under a rainy stars…”

… Non cercatelo, sta scorrazzando allegramente confondendosi con il rumore del fondo cielo sull’armonica universale della riga dell’idrogeno neutro, veleggiando oltre la contraerea dell’umanità, se lo vedrete, sarà solo un guizzo fulvo fra un mare d’erba sull’aspro crinale, che scende giù rompicollo sorridendo.
Lei amava disperatamente ferocemente la vita, la sua vita così tanto da essere irraggiungibile se non da chi rispettava il suo desiderio di vivere e poi passare a modo suo, senza riserve.
Non disperderemo quel poco che abbiamo vissuto insieme, forgiato assieme un timido e abbozzato rosario.

 

… Do not look for him, he is running around happily blending with the noise of the sky on the universal harmonica of the line of neutral hydrogen, sailing beyond the flak of humanity, if it is you will see, it will be only a fawn flash among a sea of grass on the sharp ridge, coming down the breaker smiling.
She desperately loved life fiercely, her life so much as to be unattainable except by those who respected her desire to live and then pass in her own way, without reservation.
We will not waste what little we have lived together, forging together a timid and sketchy rosary.

Monet War Zone. I was a winter soldier, bro.

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Ero un soldato d’inverno.

Ma non trovai la mia zona di atterraggio quella notte, fratello.
Fischiavano forte i bengala viola lassù,
ma ormai l’unica cosa che sentivo era il dolore.
Nè la vista, nè l’udito, nè sapore.
L’odore era acre di rabbia e paura, ma ne ero saturo.
Il tatto era calcinato indurito furente freddo.
Straniero.
Non trovai la mia zona di atterraggio quella notte, fratello.
Faceva troppo male.
Troppo scuro, lontano.
Il fiato spezzato, l’occhio crepato.
Dio, come faceva male tutto questo.
Volevo andare.
Per te.
Volevo restare.
Per te.
Dannazione, hai perso un po’ della tua anima quella notte, vero?
Le dita sulle costole le sentivo.
Ma sotto quelle dorsali sbrecciate c’era un filo di vento, poco, troppo poco.
E nella cavernosa grotta poco movimento.
Dentro me c’era freddo e dolore.
Dov’era il cielo?
Dove?

Erano abbracci silenziosi e perenni sul crinale della sofferenza e della gioia.
Esistenze concentriche.
Discese notturne al buio, cadute in shock, avvitamenti incontrollati.
Il coltello da combattimento traccia archi di farfalle multicolori nella nebbia.
Le nostre ferite erano lampi di luce, il cammino era ancora lungo e silenzioso.
Cavalcando i marosi imperscrutabili, accecati dai flutti nebulizzati di quell’immenso mare che é sia redenzione che salvataggio, chi salva e chi é salvato?
Ognuno é l’altro e se stesso e nessuno allo stesso tempo,
ci guardammo allontanarci l’uno dall’altro con gli scarponi rotti, le parole spezzate e un vocabolario ormai lontano dall’uomo, o dal gatto.
Tenevamo lo sguardo inchiodato a terra e al cielo. Eravamo caduti, dispersi, morti sopravvissuti e vivi, tutto e niente insieme. Chiedendoci i perché, ci salutammo stringendoci le mani doloranti, ci ritroveremo con un sorriso.
Forse, fratello o sorella.

 

I was a winter soldier.

But I didn’t find my landing zone that night, brother.
The purple flares whistled loudly up there,
but now the only thing I felt was pain.
Neither sight, nor hearing, nor taste.
The smell was bitter with anger and fear, but I was saturated with it.
The feel was calcined hardened cold furious.
Foreigner.
I didn’t find my landing area that night, brother.
It hurt too much.
Too dark, far away.
The broken breath, the cracked eye.
God, how all this hurt.
I wanted to go.
For you.
I wanted to stay.
For you.
Damn, you lost some of your soul that night, didn’t you?
I felt the fingers on the ribs.
But under those chipped ridges there was a little wind, little, too little.
And in the cavernous cave little movement.
It was cold and pain inside me.
Where was the sky?
Where is it?

They were silent and perennial embraces on the ridge of suffering and joy.
Concentric existences.
Night descents in the dark, falls in shock, uncontrolled twists.
The combat knife traces bows of multicolored butterflies in the fog.
Our wounds were flashes of light, the path was still long and silent.
Riding the inscrutable waves, blinded by the misty waves of that immense sea that is both redemption and salvation, who saves and who is saved?
Each is the other and himself and none at the same time, we looked away from each other with broken boots, broken words and a vocabulary now far from the man,
or from the cat.
We kept our eyes on the ground and the sky. We had fallen, lost, survived dead and alive, all and nothing together. Asking us why, we greeted each other, shaking our hands in pain, and we will meet again with a smile.
Maybe, brother or sister.

 

 

Ladycat War Zone. @3.75 Kelvin.

Fa fresco su questo versante dell’universo, siamo a 3.75 kelvin.

I movimenti sono rallentati, la presa é incerta e dolorosa a volte, la luce vira verso il crinale dell’infrarosso vicino, camminiamo tenendoci d’occhio, spalla a spalla.
Ogni tanto perdiamo il sincrono con la freccia del tempo e una parte della coscienza senza preavviso viene dislocata scagliata lontano distante e la percezione é secata.

Ancora più stranieri se possibile, aria rarefatta, i volti oscillano, i nostri lineamenti per loro, gli altri sono ben definiti. Camuffiamo bene la caduta verso la gravità, o forse agli altri siamo sempre sembrati troppo leggeri per essere presi in reale considerazione. O forse sì, era solo per la loro bassa soglia di consapevolezza.

Vediamo l’incertezza quasi un blando vago timore in quei goffi tentativi di primo contatto.

 

It’s cool on this side of the universe, we’re at 3.75 kelvin.

The movements are slowed down, the grip is uncertain and sometimes painful, the light turns towards the near infrared ridge, we walk keeping an eye on each other, shoulder to shoulder.
Every now and then we lose synchronous with the arrow of time and a part of consciousness without warning is displaced far away and the perception is withdrawn.

Even more foreign if possible, rarefied air, faces swing, our features for them, the others are well defined. We disguise the fall towards gravity well, or perhaps others have always seemed too light to be taken into real consideration.
Or maybe yes, it was only because of their low awareness threshold.

We see uncertainty as a mildly vague fear in those awkward first contact attempts.